Perdite

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Recentemente mi sono trovata a riaffrontare il rituale sociale legato alla dipartita di un essere umano. E lo so, su Internet si parla solo di cose belle, di gattini cucciolosi o al limite, nei momenti di abbandono, di amori finiti con relative frasi e immagini evocative di un “per sempre” che si è rivelato “a tempo determinato”. Se ne può parlare o meno, ma la morte fa parte della vita, io ho scelto di parlarne.
Partiamo da un presupposto semplice: morire fa schifo. Ma anche vivere non è una passeggiata, specie se si sta male. Quindi qualsiasi cosa ti auguri sul fine vita di una persona, ti senti un individuo orribile, resta il fatto che chi non c’è più manca (e mancherà sempre) alle persone ad essa legate.

Come se il dolore non bastasse ci si mettono la religione e qualche obbligo di legge a rendere il tutto estremamente surreale. Se vi siete mai trovati davanti a un venditore commerciale agente incaricato delle agenzie funebri a scegliere l’essenza del legno, il modello di bara e i rivestimenti interni, sapete di cosa parlo.
Poi c’è la parte religiosa, che non è obbligatoria chiaramente, ma nei mie dodici milioni di anni di vita (io sì che sono longeva) non sono mai stata a una commemorazione di un defunto di tipo laico. Forse conoscerò solo cattolici o forse nessuno ha tempo e modo per sbattersi a trovare alternative in momenti così delicati.IMG-20151119-WA0002
Veniamo quindi all’incubo di cui vi parlerò oggi: il rosario. Non il gentile agente in tentata vendita di articoli floreali nei ristoranti, ma l’evento religioso/spirituale che, da quanto ho potuto capire, serve per ingraziarsi le divinità e avvisarle che stai mandando uno dei tuoi. Una sorta di raccomandazione. Questa operazione richiede una mezz’ora buona di tempo in un luogo freddino sia per clima, sia per atmosfera. Si cerca di analizzare cinque (ma sembrano molti di più) misteri misteriosi e di prendere la Madonna (non la Ciccone, l’altra) per sfinimento, cantilenando il suo nome infinite volte.
Disse Woody Allen (che mi risulta sia ebreo ma fa lo stesso) “io non ho niente contro Dio è il suo fan club che mi spaventa”. Ecco uno del fan club (lo si riconosce dallo strano abbigliamento) accoglie dalla sua postazione privilegiata la platea porgendo le condoglianze, legge il nome di battesimo tutte le volte che deve pronunciarlo (si chiama perdita di memoria a breve termine o disinteresse, a scelta) e poco dopo ci rallegra (una cifra, vorrebbe partire la ola ma resta solo un progetto) dicendo che chi non c’è più ora è in un posto migliore senza dare nessuna coordinata da inserire nel navigatore (La famosa isola con Elvis e Marilyn? Storie di giardini incantati? Nuvole e arpe?).
In momenti così tetri, io che non credo in molto, trovo nella scienza un qualche conforto, l’elaborazione delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto sono rassicuranti leggendo il messaggio tra le righe si può evincere che prima o poi (di solito poi) se ne esca. Negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione per chi non le ricordasse.
Quella che più mi affascina è la contrattazione. Si mette sulla bilancia qualcosa che si è in grado di offrire ma che rappresenta una rinuncia o un impegno, in cambio di quel che si vuole ottenere in cambio. C’è qualcosa di ingenuo, dolce, infantile e speranzoso nel contrattare, specie se si ha a che fare con la signora dark con la falcetta in mano.IMG-20151119-WA0003