Non ci può essere felicità se le cose in cui crediamo sono diverse dalle cose che facciamo.

Girovagando in rete sono capitata in questa frase e l’ho subito collegata a una recente conversazione telefonica. L’argomento è semplice ma non vorrei cadere nel banale luogo comune del “sii te stesso”.

Parlo di me solo per non generalizzare, non per manie di grandezza, se vi va seguitemi.

Io cambio atteggiamento in base alla persona che ho davanti. L’opinione che ho di questa persona, il ruolo che ricopre in quel momento, il modo in cui mi fa sentire sono tutti elementi che modificano il mio modo di interagire. Pian piano, con l’approfondimento di qualsiasi tipo di rapporto, torno ad essere quella che sono, attirando o meno simpatie, è irrilevante, bisogna scaturire emozioni negli altri, non piacere a tutti.

Il punto della frase, della chiamata e di questo post è il seguente: ci sono persone che a fronte di un determinato atteggiamento, che non mi appartiene per altro, non andranno mai oltre, e questo non lo desidero. Che si tratti di un’opportunità di collaborazione o di rapporti personali, vorrei che quello che sono venisse fuori sempre, anche con timidezza o meno spiccatamente del solito, ci sta il compromesso.

Uno dei problemi che tarpa questa scioltezza sono tutte le persone che nel corso del tempo ci hanno fatto sentire sbagliate, facendoci credere di dover far parte della loro “normalità”, limandoci e limitandoci nella nostra espressione. Ed è solo questo che dovremmo evitare, farci dire da un altro cosa fare e come farlo ma soprattutto come essere.

Ribadisco, non sono cioccolato, non voglio piacere a tutti, ma voglio piacere o non piacere per quello che sono, sento, offro, concedo, divido, condivido, amo, odio, esprimo.

“Non ci può essere felicità se le cose in cui crediamo sono diverse dalle cose che facciamo.”

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